Il sestiere medievale dedicato alla santa Maria Maddalena non fu mai una contrada elegante: stretto tra la Strada Nuova, la via aristocratica dei banchieri e dei magnati (di cui fa parte Palazzo Doria Tursi, dimora del “Cannone” di Paganini), e il centro economico e finanziario di via degli Orefici e della piazza dei Banchi, ancora oggi rivela la sua vocazione popolare. Per tutto il Settecento questa fu la contrada dei liutai genovesi, e le botteghe, tra loro vicine, si potevano raggiungere tra la piazzetta dietro il coro della chiesa e i vicoli adiacenti. La situazione politica ed economica della città durante tutto il secolo fu assai difficile a causa di una grave recessione che venne a compiersi per una lunga serie di motivi tra i quali possiamo elencare: la perdita di una flotta militare e commerciale, la stagnazione dei traffici mediterranei, l’assenza di investimenti, la ricchezza privata delle grandi famiglie finanziarie accumulata ai danni della Repubblica, una tradizionale politica di neutralità che condusse all’umiliazione dell’invasione austriaca del 1746, risolta questa con un violento moto popolare piuttosto che per il sostegno delle autorità cittadine. Se a ciò si aggiunge la vendita della Corsica alla Francia pattuita nel 1768, si può avere chiara l’idea di un declino che, parallelamente a Venezia, si andrà a compiere con l’ingresso a fine secolo delle truppe rivoluzionarie francesi.

Eppure, e forse inaspettatamente, così come in altre città del nord Italia, il diciottesimo secolo della nostra era fu estremamente dinamico per quanto riguarda la vita artistica e musicale: a Genova si contano tre teatri principali che lavorano a pieno ritmo per mezzo di una virtuosa sinergia tra impresari, musicisti e le famiglie aristocratiche dei Durazzo e dei Pallavicino che investono risorse significative nella gestione artistica ed amministrativa. Musica alla moda, opere buffe e melodrammi ma anche spettacoli popolareschi sboccati e licenziosi al teatro delle Vigne, per tornare al sestiere dei nostri liutai. La Genova settecentesca è quindi ricca di musica, fornita di un pubblico che affolla i teatri fino ai pollaij (i loggioni), avido di novità e, a quanto riferiscono i cronisti dell’epoca, importante per determinare il successo nazionale di un opera. Di conseguenza la richiesta di strumenti musicale è alta e trasversale e proviene non solo da musicisti professionisti, ma anche e forse soprattutto, da amatori e dilettanti che ritengono indispensabile possedere uno strumento per fare musica con gli amici. Tra le varie botteghe di liutai che popolavano i carruggi tra le Vigne e la Maddalena ci vogliamo qui imbattere in quella dell’artefice allora più in vista negli anni Quaranta del secolo, Bernardo Calcagno. Musicista e valletto, giunse egli in età matura alla liuteria: nato a Genova nel 1680, fu sonatore e paggio e a partire dal 1730 lo troviamo dividere un appartamento alla Maddalena con Andreas Statler (1674-1732), figura misteriosa nella liuteria italiana tra Sei e Settecento, che si definiva sulle sue etichette quale allievo di Gerolamo Amati II. Giunto a Genova intorno alla fine del Seicento, lo Statler fu in relazione e in amicizia con un altro liutaio genovese, Jacopo Cordano di cui fu testimone di nozze nel 1707; fu questo un sodalizio di lunga durata, quasi un impresa famigliare se pensiamo che il figlio di Calcagno prese in moglie la figlia di Cordano. Tre liutai quindi, Statler, Cordano e Calcagno che in vario modo collaborano tra loro, lavorando spesso negli stessi locali. Gli strumenti in costruzione sono diversi, non solo violini e archi ma probabilmente anche chitarre, mandolini e altro: in generale la produzione di strumenti già all’inizio del secolo sembra essere significativa in città e il

numero dei liutai consistente. Rispetto al secolo precedente la situazione è mutata perché ora la maggior parte di questi artefici è autoctona, sono tutti nati e cresciuti in città e Statler sembra essere uno degli ultimi liutai tedeschi a giungervi, a conclusione di oltre un secolo di ininterrotte migrazioni. A Genova durante tutto il Seicento, così come in quasi tutte le principali città italiane, il mercato della costruzione di strumenti (principalmente a pizzico) fu dominato da artefici provenienti dalle Alpi bavaresi (soprattutto dalla zona di Fussen), i quali frequentemente ebbero un’occupazione parallela: furono uomini d’arme, a volte capitani delle guardie dogali o reali, (come a Genova e Napoli) e parallelamente impegnati a costruire tiorbe, liuti e chitarre di raffinata fattura1. A Genova i tedeschi Cristoforo Bittig e Martino Heel producono verso la fine del secolo violini e violoncelli di bella qualità e l’arrivo di Statler conclude così una lunga stagione della quale, purtroppo, abbiamo solo poche evidenze e testimonianze; tuttavia ci appare chiaro che i primi liutai genovesi all’inizio del Settecento furono, se non direttamente allievi, quantomeno collaboratori e soci dei più esperti liutai tedeschi. Calcagno si inserì bene nel mercato cittadino e dato il suo ruolo di musicista, potrebbe aver agito in prima istanza come procacciatore d’affari; morti Statler e Cordano nel 1732, si trovò quindi ad operare in una posizione dominante. Del suo lavoro di paggio abbiamo appreso dai registri parrocchiali, e lo possiamo facilmente immaginare impegnato anche a dare lezioni di musica, di ballo presso famiglie, se non aristocratiche, almeno della buona borghesia cittadina. Il segno del suo successo si può così rintracciare nella fornitura di legno di alcuni suoi strumenti costruiti negli anni quaranta, che mostrano un acero d’importazione balcanica di bellissima qualità, dalle ampie marezzature, certamente piuttosto costoso; eppure, non volendo perdere vendite di strumenti a prezzo contenuto, fu sempre disposto ad usare anche legno locale di poco pregio, dall’acero reperibile sulle colline dell’Appennino al pioppo padano, che usava in pezzi unici per i fondi dei violini. La sua produzione fu piuttosto consistente e incluse, oltre a violini, viole e violoncelli, anche viole d’amore e mandolini a sei cori alla genovese (chitarrin in dialetto a causa dell’accordatura identica alla chitarra, trasportata di un’ottava). Non abbiamo certezze riguardo eventuali allievi o apprendisti, sebbene le similitudini tecnico-stilistiche ci consentano di credere che Angelo Molia sia stato un suo aiuto soprattutto negli ultimi anni della sua attività; si è trovata tuttavia traccia di una sua collaborazione in forma societaria con Antonio Pazarini, liutaio ad oggi sfuggito alle nostre ricerche, di cui si conosce un violino, in uso dalla solista britannica Rachel Podger.

Lo stile di Bernardo Calcagno si inserisce perfettamente nel contesto liutario italiano della metà del secolo, caratterizzato in generale da un notevole pragmatismo: abbandonate le bizzarrie decorative barocche, la produzione italiana sembra evolversi in generale verso una direzione più funzionale: è la sonorità che conta poiché molti degli acquirenti sono professionisti inseriti in un mercato del lavoro attivo e competitivo. Calcagno sperimenta modelli ispirati a Jacob Stainer, allora di gran moda, e altri più personali: il senso generale che suggerisce il suo lavoro è di grande libertà e immediatezza, sempre risolto con taglio netto e tecnica sicura. Il violino qui presentato fu costruito nel periodo della piena maturità: l’etichetta all’interno è fortunatamente autentica, cosa non frequente in questi

1 A tale proposito si rimanda alla lettura di vari contributi di Luigi Sisto tra i quali si raccomanda “I liutai tedeschi a Napoli tra Cinque e Seicento” , Istituto italiano per la musica, Roma, 2010

strumenti genovesi, poiché una buona parte di essi uscì dalle botteghe priva di cartiglio. Il motivo non sembra difficile da intuire: così come molti suoi colleghi Calcagno si voleva tenere prudentemente al riparo da gabelle e balzelli, vendendo al prezzo netto il proprio strumento; non diversamente ciò accadde anche in altre città italiane a dimostrazione di una certa insofferenza degli artigiani rispetto alle imposte locali2. Il modello del violino colpisce per una certa grazia nella forma e nelle proporzioni, contenute nella dimensione della cassa e nella lunghezza della corda vibrante: le bombature scendono ripidamente verso i bordi connettendosi garbatamente alla sguscia che viene lasciata piana, poco scavata. Inconfondibile il filetto del Calcagno, luminoso nel bianco in legno di faggio, delicatamente bruno nelle strisce esterne, forse ricavate da legno di noce, leggermente impallidito dall’ossidazione prodotta dal tempo; le tre strisce che compongono il filetto risultano sempre quasi equivalenti nel loro spessore e scorrono ininterrotte nei corpi superiore ed inferiore del fondo. Normalmente le effe del Calcagno sembrano quasi tracciate senza l’uso di un modello, e ogni singolo strumento si differisce per il disegno, mai uguale a sé stesso: un’attitudine questa quasi guarneresca, che vuole risolvere le effe praticamente a mano libera, forse con l’aiuto di un semplice semi-modello, con il coltello che si porta a raccordare le linee a partire dai fori superiori ed inferiori. Identica libertà si nota nella scultura della testa, così aggettante, sinuosa e compiuta nel profilo: la generosa ganascia parte alla base con un disegno potente, quindi sale verso il ricciolo stringendosi fino a delineare una chiocciola di gusto classico, scolpita con grande perizia. La testa venne finita con inchiostro nero, a dimostrazione di come il nostro Bernardo fosse ben aggiornato su questa moda che dagli anni novanta del Seicento si era imposta a Cremona. Nonostante le fatiche di una vita lavorativa intensa, la vernice che veste lo strumento ancora risplende per grazia di un pigmento arancione ancora ben vivo, che ne rivela il fascino d’origine: spessa, oleosa, di generosa formulazione, essa rappresenta uno degli esiti migliori nella produzione del Calcagno.

Misure:

Lunghezza del fondo: 354 Larghezza superiore: 166 Larghezza centrale: 105 Larghezza inferiore: 204 Diapason: 191

Foto: Benjamin Schroeder, Frankfurt

2 va anche ricordato che le corporazioni, che tanta parte ebbero nell’organizzazione del lavoro in passato, non erano oramai più operative

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