Indagine sulla vita del raffinato liutaio genovese del XVIII secolo, la cui prima carriera come valletto e maestro di musica sembra avergli procurato in seguito una clientela facoltosa

La via medievale dedicata a Santa Maria Maddalena, a Genova, è sempre stata un quartiere popolare. Ancora oggi, nel cuore del centro storico, è una zona affollata, delimitata a nord da Strada Nuova – l’elegante arteria cinquecentesca dei banchieri e dei grandi mercanti – e a sud dal nucleo commerciale della città antica. Nel XVIII secolo, la maggior parte dei costruttori di strumenti genovesi viveva proprio qui.

In quel periodo la situazione economica di Genova era particolarmente difficile, a causa di una lunga crisi politica e finanziaria. Se nel Medioevo la città era stata una grande potenza militare e commerciale, e dal Rinascimento il principale centro finanziario d’Europa – con banchieri che prestavano denaro a sovrani come Carlo V, Filippo II e Luigi XIV – nel Settecento la Repubblica si trovava indebolita. La prudente politica di neutralità, la mancanza di investimenti, la perdita dei traffici nel Mediterraneo, l’assenza di una flotta e la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici avevano minato la sua forza economica e politica. Emblematica fu l’invasione austriaca del 1746, dopo l’assedio di Genova.

Nonostante tutto, la vita musicale cittadina era estremamente vivace. Il Teatro del Falcone e il Teatro Sant’Agostino prosperavano grazie al sostegno dell’aristocrazia; il teatro delle Vigne, fondato nel Seicento, offriva spettacoli più popolari a prezzi accessibili. Il pubblico genovese era attento e aggiornato sulle mode artistiche del tempo. In questo contesto operò Bernardo Calcagno come liutaio, e qualche decennio più tardi il giovane Paganini avrebbe iniziato a suonare il violino.

Le origini della liuteria genovese

La costruzione di violini e chitarre a Genova ebbe inizio nel primo Seicento con l’arrivo di una comunità di liutai tedeschi provenienti da Füssen. Erano soprattutto costruttori di chitarre e liuti, strumenti più costosi dei violini perché realizzati con materiali pregiati come ebano, avorio, tartaruga e madreperla. Tra questi vi erano Cristoforo Bittig (1640–1695) e Martinus Heel (1630–1708), attivi a Genova per molti anni; oggi sono noti alcuni loro violini e un violoncello di buona qualità.

Dalla musica alla liuteria

Bernardo Calcagno nacque negli anni Ottanta del Seicento ed è spesso indicato nei documenti come sonatore (musicista) e paggio (valletto) al servizio di famiglie benestanti. È probabile che tra i suoi compiti vi fosse anche l’insegnamento della musica – e forse della danza – ai membri delle famiglie presso cui lavorava, un ruolo impegnativo e di responsabilità.

Le notizie sulla sua formazione liutaria sono scarse. Sappiamo però che nel 1730 condivideva la casa – e probabilmente la bottega – con il liutaio tedesco Andreas Statler (o Stanzer, 1674–1732), che si dichiarava allievo di Girolamo Amati II, come attestato da un’etichetta del 1723. Statler era legato anche a Filippo Cordano (1660–1732), considerato il primo liutaio genovese del XVIII secolo. Le famiglie dei tre artigiani si intrecciarono ulteriormente quando il figlio di Calcagno sposò la figlia di Cordano.

L’influenza di Statler e Cordano sul lavoro di Calcagno è evidente: tecnica costruttiva simile, analogie nel fondo della vernice e un gusto condiviso nella rifinitura degli strumenti.

Il successo e la produzione

Con la morte di Cordano e Statler nel 1732, Calcagno rimase il principale liutaio attivo in città. La sua produzione fu significativa: realizzò violini, violoncelli, strumenti a pizzico, viole d’amore e probabilmente altri strumenti. Gli anni Quaranta del Settecento furono particolarmente produttivi.

È interessante notare come, in una città economicamente stagnante, la domanda di strumenti musicali fosse in crescita. Oltre ai teatri, si stava affermando un nuovo mercato: quello dei dilettanti, appassionati della borghesia che investivano nella musica per piacere personale.

Questo può spiegare l’uso, talvolta, di legni pregiati nei suoi strumenti. In un’epoca in cui molti liutai del nord Italia ricorrevano a materiali locali per strumenti più economici, Calcagno poteva permettersi acero d’importazione di alta qualità, probabilmente destinato a clienti facoltosi conosciuti grazie alla sua precedente attività di musicista e valletto.

Gli ultimi anni e l’eredità

Bernardo Calcagno morì a Genova nel 1756. La sua produzione proseguì fino agli ultimi anni, segno di buona salute quasi fino alla fine. Non sappiamo se abbia formato allievi, ma è probabile che negli ultimi tempi fosse affiancato dal vicino Angelo Molia, i cui strumenti mostrano affinità tecniche e stilistiche con i suoi.

La figura di Calcagno rappresenta un tassello fondamentale nella liuteria genovese del Settecento: un artigiano capace di inserirsi in un contesto sociale complesso, sfruttando le proprie relazioni e competenze musicali per costruire una carriera solida e una reputazione duratura.

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