{"id":530,"date":"2019-12-23T00:27:20","date_gmt":"2019-12-22T23:27:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/?p=530"},"modified":"2019-12-24T23:11:31","modified_gmt":"2019-12-24T22:11:31","slug":"giuseppe-rocca-1839-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/en\/giuseppe-rocca-1839-a-torino\/","title":{"rendered":"Giuseppe Rocca 1839 a Torino"},"content":{"rendered":"[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1577057181773{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;]\n<h3>Giuseppe Antonio Rocca, fece a Torino anno Domini 1839<\/h3>\n<p>Fuori dall\u2019antica porta degli Archi, oltre il torrente Bisagno che separa la citt\u00e0 storica di Genova dalle sue delegazioni orientali, alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento stava la Pila: un borgo di poche case disteso sulla piana sotto la collina a vocazione residenziale di San Francesco d\u2019Albaro, con terreni coltivati e una chiesa di origine duecentesca intitolata a Santa Zita, presso la quale si svolgeva il mercato delle vacche. Fu in uno di questi orti, di propriet\u00e0 del Marchese De Ferrari, che in una mattina della fine di Gennaio del 1865 venne rinvenuto il corpo di un uomo, ormai senza vita, precipitato in un pozzo.<br \/>\nLa magistratura chiuse presto l\u2019inchiesta ritenendo l\u2019accaduto un infortunio; il malcapitato venne identificato quale \u201cRocca Giuseppe da Alba fabbricante di strumenti a corda, qui dimorante\u201d, di anni cinquantotto.<\/p>\n<p>Si concludeva cos\u00ec l\u2019esistenza sofferta di quest\u2019uomo, insofferente ed inquieto come un pi\u00f9 moderno personaggio di Cesare Pavese, segnato dal solco delle difficolt\u00e0 economiche, dai lutti, dalle citazioni derivate dalle doti delle mogli scomparse e persino da una certa fatica nell\u2019inserirsi nel mercato degli strumenti musicali. Eppure per quanto sappiamo, negli anni della sua giovinezza Rocca (nato a Barbaresco nel 1807) trascorse periodi felici con la sua prima moglie Anna Maria Calissano: la coppia, sposatasi nel Novembre del 1828, risiedeva ad Alba, non si occupava di violini bens\u00ec di pane, farina e pasta fresca, e fu presto rallegrata dalla nascita di una figlia, Teresa. Fu nel 1834 che Giuseppe Rocca, dopo avere precedentemente perso la madre e la sorella, vide morire la giovane moglie: decise quindi di lasciare Alba per raggiungere a Torino Giovanni Francesco Pressenda e tentare quella che secondo secondo quanto narrava Romano Marengo nel suo volume \u201cTre figli delle Langhe\u201d, fu la sua prima passione: \u201cessendogli venuto il capriccio di fare un contrabbasso, adoper\u00f2 il legno della madia e poi con tutto il rimanente di quel legname costrusse viole e violini, apponendovi cartellini datati da Alba col nome di Giuseppe Antonio Rocca\u201d. Sebbene non sia oggi verificabile l\u2019attendibilit\u00e0 del racconto, possiamo credere che i due gi\u00e0 si fossero conosciuti o fossero stati introdotti da qualcuno nell\u2019ambiente: certo \u00e8 che nella bottega di Pressenda il Rocca ebbe l\u2019opportunit\u00e0 di apprendere la liuteria tanto da rendersi in poco tempo provetto nell\u2019arte. Gli anni torinesi furono comunque travagliati, segnati da una serie di lutti e accidenti economici che qui si elencano brevemente: risposatosi con Caterina Barone, una giovane di buona famiglia torinese, e aperta nel 1838 bottega in proprio in via Po Rocca, a causa di una malattia che lo colp\u00ec assieme alla moglie, nell\u2019impossibilit\u00e0 di lavorare e schiacciato da una pesante situazione debitoria, si dichiar\u00f2 indigente onde poter riscuotere la dote della moglie; perso il padre nel 1839, ebbe ulteriori difficolt\u00e0 a causa dell\u2019eredit\u00e0 che favoriva la matrigna, e nel Gennaio del 1842 vide morire la seconda moglie. Risposatosi dopo pochi mesi con Giuseppina Quarelli, nipote della stessa Caterina Barone, ebbe da lei tre figli, Giovanni Battista, Francesco ed Enrico, il futuro liutaio.<br \/>\nNonostante Giuseppe Rocca non avesse potuto mai contare per promuovere il proprio lavoro sull\u2019appoggio di musicisti di fama, ebbe negli anni a seguire diverse ordinazioni, il suo laboratorio produceva un buon numero di strumenti ad arco e di chitarre, talvolta fornite di bassi aggiunti; nel Dicembre del 1850 tuttavia, a causa di una tisi polmonare, la moglie Giuseppina moriva lasciando Giuseppe vedovo per la terza volta.<br \/>\nLa decisione di trasferirsi a Genova venne cos\u00ec a definirsi per varie cause: da un lato Giuseppe si trovava a Torino stretto dalla concorrenza non tanto dell\u2019anziano maestro, quanto dell\u2019agguerritissima bottega dei Guadagnini che poteva vantare salde alleanze con i liutai parigini; da un altro lato sentiva forte la necessit\u00e0 di lasciarsi alle spalle le tragiche vicende cambiando aria, bottega e citt\u00e0: di certo seppe sfruttare l\u2019opportunit\u00e0 che la nuova strada ferrata, fortissimamente voluta dal conte di Cavour, offriva nel collegare la capitale sabauda a Genova, citt\u00e0 che nelle intenzioni dell\u2019amministrazione reale doveva rappresentare il futuro portuale e industriale del regno.<br \/>\nRocca quindi non perse tempo: nel Luglio del 1851 si spos\u00f2 con la genovese Emilia Dodero stabilendosi dopo qualche tempo nella centralissima via dei Sellai, a pochi passi dal teatro Carlo Felice; non rimase comunque stabilmente in citt\u00e0, anzi mantenne sempre un recapito a Torino, alternando la sua attivit\u00e0 tra le due citt\u00e0.<br \/>\nDi come Rocca abbia perso la vita si \u00e8 raccontato: va aggiunto che ad un certo punto si perdono a Genova le tracce di Emilia Dodero e che, al momento della morte, Giuseppe risultava sposato con Filomena de Franchi, una ragazza poco pi\u00f9 che adolescente di professione \u201ccucitrice\u201d. Quando il figlio Enrico gi\u00e0 anziano, con l\u2019intento di difendere l\u2019onorabilit\u00e0 del padre, ricordava che la sua fine fu dovuta non tanto all\u2019abuso di alcol quanto \u2018all\u2019infame condotta della moglie Emilia Dodero\u2019 che, a parer suo, lo condusse al suicidio, non sapeva, o forse taceva Enrico il fatto che Emilia non era la seconda moglie bens\u00ec la quarta, a cui ne segu\u00ec una quinta.<br \/>\nIn questo errare tra Alba, Torino e Genova, il percorso stilistico di Giuseppe Rocca prende una direzione autonoma e per certi aspetti anomala rispetto al repertorio liutario italiano dell\u2019Ottocento: diversamente da altri artefici che nelle diverse regioni continuarono sul segno delle loro tradizioni locali evolvendole senza significativi scarti, Rocca una volta affrancatosi dalla bottega del maestro Pressenda riusc\u00ec a portarsi prima di altri con determinazione ed efficacia verso la liuteria classica. Se nel suo primo periodo Rocca segu\u00ec con fedelt\u00e0 e disciplina lo stile del maestro, non appena si fu reso autonomo, diede inizio ad un processo stilistico evolutivo che oggi colpisce per lucida autonomia e determinazione. Fu grazie all\u2019incontro con Luigi Tarisio che il Rocca entr\u00f2 in contatto con i capolavori cremonesi, e nella moltitudine di violini che il collezionista commerciante maneggiava, due in particolare furono determinanti nel suo percorso liutario, il \u201cMessia\u201d di Antonio Stradivari del 1716 e l\u2019\u201dAlard\u201d di Giuseppe Guarneri \u201cdel Ges\u00f9\u201d del 1742. Nell\u2019osservare oggi l\u2019attenzione di Rocca ai pi\u00f9 minuti dettagli stilistici e costruttivi possiamo certamente immaginare che ne abbia potuto disporre con un certo agio, tanto felice \u00e8 in entrambi l\u2019esito interpretativo. Da allora, si era circa nel 1843, Giuseppe Rocca si dedicher\u00e0 esclusivamente a questi due modelli, dei quali fornir\u00e0 nei periodi successivi interpretazioni che differiscono per ispirazione, materiali, vernici ma che mantengono sempre e comunque un\u2019impronta inconfondibile: dalle versioni pi\u00f9 curate e fedeli, ad altre pi\u00f9 libere e in qualche modo noncuranti che rispecchiano le difficolt\u00e0 di una vita tormentata, sempre trapela la capacit\u00e0 di rispettare il modello e lo stile senza mai celare la propria onesta personalit\u00e0; in questa attitudine a bilanciare rispetto dell\u2019antico e libera interpretazione sta la grandezza, la modernit\u00e0 di Rocca e la sua distanza rispetto ad esempio al gran numero di copie del \u201cMessia\u201d eseguite soprattutto in Francia e alla fortuna che queste ebbero negli ultimi decenni dell\u2019Ottocento, in esemplari riproposti con pari fedelt\u00e0 e monotonia, con uguale giustezza e banalit\u00e0.<br \/>\nGiuseppe Rocca con tenacia si propose a diverse esposizioni nazionali ed internazionali, affrontate e risolte con fortune alterne: non sempre le giurie furono indulgenti nei suoi confronti, e per somma ironia il suo lavoro, spesso presentato vicino ai violini delle ditte concorrenti di Mirecourt, veniva talvolta giudicato inferiore poich\u00e9 i suoi strumenti per \u201cil lavoro alquanto ordinario e la vernice disunita tanto che sembri non sieno per ancho del tutto finiti\u201d. Un\u2019altra giuria invece stigmatizz\u00f2 che \u201cl\u2019aver messo 14 corde alla sua chitarra \u00e8 innovazione poco felice\u201d: ancora sul filo dell\u2019ironia, verso la fine dell\u2019Ottocento le chitarre fornite di bassi aggiunti, dette \u201cchitarre arpa\u201d diverranno di gran moda in Italia, nell\u2019Europa Austro-Ungarica e perfino nelle Americhe.<br \/>\nIl periodo genovese di Rocca infine fu in passato ingiustamente definito come inferiore per qualit\u00e0 e ispirazione: in questi strumenti sono spesso evidenti i riflessi delle sue difficolt\u00e0 personali, dato il legno pi\u00f9 economico a volte impiegato quale l\u2019acero americano, il pioppo (a volte persino tarlato), eppure proprio in questi anni Giuseppe riesce ad essere sempre creativo, forse suo malgrado, e senz\u2019altro pi\u00f9 imprevedibile; le qualit\u00e0 tonali inoltre sono sempre assai rimarchevoli.<br \/>\nIn queste pagine viene proposto uno strumento del 1839, costruito quindi nei primi anni di attivit\u00e0 autonoma di Giuseppe Rocca: violino dalle eccellenti condizioni conservative, oggi felicemente accasato in un\u2019importante collezione piemontese, rispetto all\u2019origine ha perso solamente il ponticello e i piroli, fatto questo particolarmente doloroso, poich\u00e9 accaduto in tempi a noi non lontani.<br \/>\nL\u2019etichetta originale che giace indisturbata all\u2019interno porta le tre iniziali dell\u2019autore che, disposte a triangolo, racchiudono al centro un\u2019arpa: non vi sono altre firme o scritte, il marchio a fuoco con le iniziali del suo nome inscritte in un ovale comparir\u00e0 poco pi\u00f9 tardi e tuttavia, osservando l\u2019interno della cassetta dei piroli, notiamo sotto il capotasto le due lettere \u2018GR\u2019 tracciate con pennello e inchiostro nero.<br \/>\nLa costruzione interna \u00e8 curatissima: le controfasce in salice sono ancora appoggiate ai tasselli secondo la tecnica appresa da Pressenda, e furono alleggerite e raccordate al fondo con attenzione quasi maniacale, nessun segno di lavorazione \u00e8 stato lasciato alla vista. I tasselli, anch\u2019essi in salice, sono piuttosto ampi e rivelatori di una forma interna dagli scassi centrali inclinati; all\u2019esterno le punte delle fasce sono state sapientemente assottigliate e arrotondate e un filetto rifinisce la giunta delle fasce al bottone: suggestivo il capotasto inferiore originale, in ebano incassato nella fascia e il delicato bottone in avorio tornito.<br \/>\nL\u2019esecuzione delle bombature rivela una matura tecnica scultorea e una certa ispirazione classica; piuttosto basse in altezza e prive di un piano sulla sesta longitudinale, scendono con garbo fino a lentamente smagrirsi verso i bordi; bella la finitura a rasiera che ha lasciato marcata e in leggera emergenza la fibra dell\u2019abete della tavola armonica. Il modello delle effe mostra ancora chiaramente l\u2019influenza del maestro Pressenda, seppure l\u2019esecuzione pi\u00f9 morbida e sinuosa ne riveli gi\u00e0 un certo distacco; i fusti furono tagliati inclinati verso l\u2019interno della tavola con un affilato coltello, mentre una profonda e decisa sguscia sulle palette inferiori lascia in evidenza un delicato bordino sul contorno. Per i filetti Giuseppe Rocca scelse legno di ebano per il \u2018nero\u2019 e un acero dalla lunga e scura specchiatura per il \u2018bianco\u2019: incassati a giusta profondit\u00e0 rispetto al bordo, furono inseriti nei corpi superiori ed inferiori in pezzi unici senza giunte, particolare costruttivo questo che verr\u00e0 ripreso in et\u00e0 matura dal figlio Enrico.<br \/>\nLa scultura del ricciolo ancora ci mostra il desiderio di autonomia di Rocca nei confronti del suo maestro: l\u2019occhio viene sensibilmente ridotto ed aggraziato da una chiusura piuttosto alta, scolpito con una naturalezza priva di leziosit\u00e0; la cassetta dei piroli \u00e8 ampia con pareti verticali tagliate a scalpello e smussi esterni consistenti, il dorso garbatamente sgusciato mostra un leggerissimo segno di tracciatura centrale. La scultura del profilo, elegante e calibrata, venne impreziosita dalla finitura ad inchiostro dello smusso, caratteristica questa sempre presente negli strumenti di Rocca.<br \/>\nMeravigliosa infine la vernice che ancora ricopre interamente lo strumento: fortunatamente sopravvissuta ad interventi di pulitura e polishing, si presenta oggi in tutta la sua freschezza incontaminata, rivelatrice di una pasta spessa e duttile, trasparente eppure cos\u00ec fortemente pigmentata da un rosso bruno a volte cupo, a volte sorprendentemente luminoso; segnata da una fitta craquelure, reca su di s\u00e9 i segni del tempo che, con lenta gentilezza, ne ha fissato la sua immagine pura.[\/vc_column_text][mk_gallery images=&#8221;575,576,577,578,579,580&#8243; height=&#8221;250&#8243; hover_scenarios=&#8221;slow_zoom&#8221; margin_bottom=&#8221;50&#8243;][\/vc_column][\/vc_row]\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1577057181773{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;] Giuseppe Antonio Rocca, fece a Torino anno Domini 1839 Fuori dall\u2019antica porta degli Archi, oltre il torrente Bisagno che separa la citt\u00e0 storica di Genova dalle sue delegazioni orientali, alla met\u00e0 dell\u2019Ottocento stava la Pila: un borgo di poche case disteso sulla piana sotto la collina a vocazione [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":576,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-530","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-archi-magazine"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v26.9 - 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