{"id":1542,"date":"2023-03-09T09:55:01","date_gmt":"2023-03-09T08:55:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/?p=1542"},"modified":"2023-03-09T09:55:01","modified_gmt":"2023-03-09T08:55:01","slug":"nicolo-bianchi-cremonensis-fecit-lutetiae-anno-1856","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/en\/nicolo-bianchi-cremonensis-fecit-lutetiae-anno-1856\/","title":{"rendered":"Nicolo\u0300 Bianchi Cremonensis fecit Lutetiae anno 1856"},"content":{"rendered":"[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1678351175060{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;]\n<div class=\"page\" title=\"Page 1\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>In posizione appena defilata, all\u2019interno della Sala Paganiniana che conclude il percorso museale di Palazzo Doria Tursi in Genova, di fronte al Guarneri \u201cdel Gesu\u0300\u201d del 1743 il \u201cCannone\u201d di Niccolo\u0300 Paganini, sta la copia eseguita da Jean Baptiste Vuillaume a Pari- gi nel 1834. Nella luce soffusa della sala, questa presenza discreta e silenziosa completa la collezione delle civiche memorie paganiniane, testimoni di una bella stagione di grandi successi internazionali. A pochi passi, in una grande vetrina, fa bella mostra l\u2019astuccio foderato in velluto rosso appartenuto a Camillo Sivori, adornato dalle meda- glie ricevute dal virtuoso genovese e completato da un bell\u2019arco montato in oro con na- setto in tartaruga, opera di Franc\u0327ois Nicolas Voirin. Sivori acquisto\u0300 la copia del \u201cCanno- ne\u201d di Vuillaume direttamente da Paganini nel Marzo del 1840, poco tempo prima della morte del maestro; intermediario della transazione fu l\u2019avvocato Germi il quale, su ri- chiesta dell\u2019amico Paganini per il quale agiva da procuratore, si premuro\u0300 di versare a Vuillaume la cifra di 500 franchi, unitamente ad una lettera nella quale Paganini spiego\u0300 come si senti\u0300 \u201cobbligato a privarmi della copia del mio violino che voi mi donaste come ricordo&#8230;ho fatto cosi\u0300 un favore ad un amico e un piacere ad un artista\u201d. Sivori tenne lo stru- mento per tutto il percorso della sua lunga carriera alternandolo, a quanto risulta da al- tre fonti, con due Stradivari e un Bergonzi. Il suo rapporto con lo strumento fu senza dubbio duttile e, nonostante la sua piccola statura, poco problematico: in una recensione della \u201cGazzetta di Milano\u201d del 24 Aprile 1853, il recensore lo ritrae come \u201ccantante sedu- centissimo sul suo violino che non e\u0300 un Guarnerio ne\u0301 uno Stradivario, nemmeno uno strumento raro, ma semplicemente uno strumento francese, escito dalle mani di Vuillaume\u201d. Che il motivo di questa sua predilezione fosse la provenienza dalla collezione del suo maestro e\u0300 cosa intuibile, eppure possiamo ragionevolmente credere che Sivori avesse coltivato un suo naturale entusiasmo anche per gli strumenti a lui contemporanei. Di fatto, nella colle- zione della famiglia erede, oltre ad un violino piccolo di fattura genovese settecentesca, ancora oggi si conserva un bel violino in condizioni d\u2019origine inalterate, costruito a Pa- rigi nel 1856 da Nicolo\u0300 Bianchi.<\/p>\n<p>Liutaio di formazione genovese, Bianchi rappresenta per vari motivi un caso unico nel- l\u2019ambito della liuteria italiana ottocentesca: il suo nome risulta oggi purtroppo poco noto e cosi\u0300 pure il suo lavoro, cosi\u0300 poco conosciuto sebbene sia sempre contraddistinto da una tecnica eccellente e una forte personalita\u0300, espressione di una piena conoscenza del repertorio liutario classico. Poco sappiamo dei primi quarant\u2019anni della vita di Nico- lo\u0300 Bianchi: nato nel 1803 nel borgo di Albisola Superiore, situato nella riviera di ponen- te, dovette ricevere una buona formazione da violinista se, come ricorda egli stesso in una lettera del 1859 al vicario Zimiglio di Casale Monferrato, ai tempi del carnevale a Genova \u201cnon vi era nessuno che potesse suonare la sua musica, cosi\u0300 difficile, che me soltanto, che adesso non so piu\u0300 fare la scala piu\u0300 che a riparare strumenti\u201d. Pur soppesando il tono forse millantatorio delle sue qualita\u0300 di violinista, possiamo tuttavia essere certi che il Bianchi<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 2\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>abbia ampliato quella lunga tradizione di liutai genovesi i quali, gia\u0300 dal Settecento, fu- rono principalmente musicisti di professione. A riguardo del suo apprendistato nulla e\u0300 dato sapere, e tuttavia attraverso l\u2019analisi stilistica e organologica dei suoi lavori maturi, possiamo vedere forti analogie con il lavoro di Ludovico Rastelli (liutaio attivo a Geno- va a partire dalla meta\u0300 degli anni venti dell\u2019Ottocento), con il quale condivise ad esem- pio l\u2019uso del sottofondo e una vernice simile, e in generale un comune senso della scul- tura, che si puntualizza soprattutto nell\u2019impostazione del ricciolo. Comunque siano an- date le cose, del liutaio Bianchi non abbiamo notizie fino agli anni Quaranta allorche\u0301, lasciata Genova, inizia una lunga peregrinazione attraverso la Francia, cercando oppor- tunita\u0300 a Aix-en-Provence, Bordeaux, Montpellier, Arles, Nantes fino a giungere intorno al 1846 a Parigi, stabilendosi prima in rue de Vivienne, poi in rue Croix des Petit Champs, a pochi passi dall\u2019elegante atelier di Jean Baptiste Vuillaume. Uomo forse di poca istruzione ma di brillante intelligenza e intuito, fu sempre animato da una forte ambizione che lo condusse ad ottenere la stima dei migliori solisti dell\u2019epoca, quali Fe\u0301li- cien David, Alfredo Piatti, Giovanni Bottesini, Antonio Bazzini e quindi Camillo Sivori. Nella Parigi del Secondo Impero il Bianchi, pur non potendo vantare le stesse risorse e l\u2019organizzazione di Vuillaume, prova comunque a porsi quale agguerrito concorrente, dichiarandosi ultimo depositario dell\u2019antica scuola cremonese. Nel suo appartamento- laboratorio lavora principalmente da solo, riceve i clienti, si occupa di restauro e riesce a produrre un certo numero di violini che, con alterne fortune, presenta ai concorsi del Conservatorio di Parigi. Tra i suoi clienti troviamo anche facoltosi \u201cdilettanti\u201d italiani, con i quali intrattiene una fitta corrispondenza, rivelatrice non solo delle sue doti di esperto di liuteria, ma anche del suo efficace lavoro nel riordinare le informazioni stori- che riguardanti la liuteria italiana: colpisce in particolare l\u2019approccio meticoloso e siste- matico che il Bianchi ebbe nel tentare di fare ordine nelle informazioni storiche allora disponibili, nella sua continua ricerca di riferimenti bibliografici. Bianchi tento\u0300 nei suoi appunti di ordinare cronologicamente le generazioni di quei liutai italiani a cui attribui- va, con battagliero spirito patriottico e risorgimentale, la supremazia sui \u201cgalli\u201d, sui \u201cfranchi\u201d, sui \u201cbarbari\u201d quindi. Questi taccuini, contenenti oltre un migliaio di minute, costituiscono un corpus unico nell\u2019Ottocento liutario italiano e ci restituiscono un ritratto preciso e intenso della irruenta personalita\u0300 del Bianchi: narrano storie a volte drammati- che ma a volte estremamente divertenti, come i suoi strali contro l\u2019\u201dinfame Tariso\u201d che ha portato i violini italiani all\u2019estero, contro il \u201cVilleomo\u201d sempre accusato di ogni perfidia nei suoi confronti, contro \u201cil Guadagnini e la sua combriccola\u201d, sempre pronta a intralciare i suoi affari in Piemonte. Oltre vent\u2019anni duro\u0300 l\u2019attivita\u0300 di Bianchi a Parigi: nell\u2019ultimo periodo, trovandosi in necessita\u0300 di un aiuto, fu raggiunto dal giovane Giuseppe Sca- rampella di Brescia, raccomandatogli da Antonio Bazzini, suo concittadino. Il ritorno a Genova avvenne nel 1869, a seguito del peggioramento dell\u2019asma bronchiale di cui sof- friva e in ragione anche dell\u2019apertura della nuova \u201cSala Sivori\u201d, che avrebbe dovuto promuovere in citta\u0300 la musica da camera, fornendo cosi\u0300 buone opportunita\u0300 per la sua<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 3\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>bottega. Bianchi apri\u0300 il suo laboratorio a fianco del Teatro dell\u2019Opera Carlo Felice, as- sunse in qualita\u0300 di apprendista un giovane proveniente da una ricca famiglia di casale Monferrato, appena laureatosi ingegnere all\u2019Universita\u0300 di Firenze il quale, in opposi- zione al volere del padre, voleva ad ogni costo diventare liutaio: Eugenio Praga fu cosi\u0300 al servizio del Bianchi fino al 1878, allorche\u0301 l\u2019irrequieto maestro decise di lasciargli il la- boratorio per tentare nuova fortuna a Nizza, dove mori\u0300 nel 1880, all\u2019eta\u0300 di settantasei anni. Di certo il rapporto tra il giovane aristocratico apprendista e l\u2019impulsivo e rude maestro dovette essere alquanto turbolento, e il Bianchi cosi\u0300 lamenta che \u201cnon essendo un lavorante per tutto fare, ma invece non essendo che un signore che viene a prendere lezioni alle 10, se ne va alle 7 dopo aver cenato, e che non bisogna mai contrariarlo altrimenti non se ne po- trebbe fare nulla\u201d. Del rapporto invece con Camillo Sivori sono rimaste solo poche tracce: nel 1859 Bianchi gli si rivolge per un\u2019intercessione circa un violino che ha voluto donare per una raccolta fondi in favore della Guerra d\u2019Indipendenza, la cui vendita all\u2019incanto si era arenata; a riguardo del violino giunto fino a noi, sappiamo da una lettera dell\u2019A- prile del 1860 che Sivori \u201cpossiede un mio violino che suonera\u0300 quando l\u2019avra\u0300 ben lavorato\u201d. Lo strumento fu costruito in copia dal Guarneri \u201cdel Gesu\u0300\u201d del 1740 di Antonio Bazzini, che il Bianchi ebbe modo di conoscere e studiare direttamente, riuscendo quindi a co- glierne non solo le principali caratteristiche stilistiche, ma anche quel particolare spirito \u201cGuarneri\u201d per il quale sempre dimostro\u0300 intuito e abilita\u0300. Il violino, contrariamente alla tradizione italiana tanto cara al Bianchi, nacque anticato: uomo aggiornato alle novita\u0300 parigine, voleva probabilmente dimostrare non solo la sua capacita\u0300 liutaria ma anche la sua conoscenza della liuteria classica italiana. Lo strumento non e\u0300 privo di contrasti: da un lato il Bianchi cerca nella finitura della cassa di rendere al massimo il senso dell\u2019anti- co, perseguito ad esempio con un efficacissimo effetto di usura del legno d\u2019abete con- sumato dal contatto con il mento, cosi\u0300 come con la creazione della macchia nera di colo- fonia al centro delle effe, realizzata a fuoco, sua vera specialita\u0300. Nella scultura del riccio- lo invece Bianchi rinuncia non solo a riprodurre usura e consunzione, ma si stacca dal modello d\u2019origine in favore di una sua soluzione personale: cosi\u0300 come per Giuseppe Rocca, Nicolo\u0300 Bianchi adatta il modello alla sua sensibilita\u0300, lo rende unico e facilmente riconoscibile, lo vuole testimone del suo stile, della sua propria unicita\u0300. La vernice oleo- sa che veste lo strumento risulta oggi di bellissima qualita\u0300, sia nella plasticita\u0300, sia nella ricca colorazione; fu stesa sopra un efficace sottofondo sigillante dai riflessi cangianti che ne rende mossa e luminosa la visione. All\u2019interno giace indisturbata l\u2019etichetta d\u2019origine: recita \u201cN.\u00b0 Bianchi Cremonensis fecit Lutetiae 1856\u201d, porta il monogramma cro- ciato NB inscritto in una cerchio e un\u2019aggiunta a penna \u201cgallicam\u201d a ribadire sia la sua fiera (e un po\u2019 sbruffona) italianita\u0300, che la sua provenienza da una scuola alla quale, pe- raltro, mai appartenne veramente. L\u2019importanza del suo ruolo nell\u2019ambito della liuteria italiana ottocentesca e\u0300 tuttavia assai significativa: fu tra i primissimi liutai italiani ad af- frontare i modelli classici costruendo copie di grande qualita\u0300, fu tra i pochissimi a con- frontarsi con il mercato internazionale e con i migliori musicisti del tempo, fu maestro<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 4\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>di liutai determinanti allo sviluppo della liuteria italiana moderna quali Giuseppe Sca- rampella, Eugenio Praga, Riccardo Antoniazzi (probabilmente) e il nizzardo Franc\u0327ois Bovis: questi, attraverso il figlio Charles anch\u2019egli liutaio, ebbe il merito, oltre a prose- guirne l\u2019attivita\u0300, di conservare con cura gli attrezzi, i modelli e soprattutto il carteggio che in modo determinante ha provveduto a salvarne la figura dall\u2019oblio.<\/p>\n<p>Misure:<br \/>\nLunghezza del fondo: 357 mm<br \/>\nLunghezza superiore: 169 mm<br \/>\nLunghezza centrale: 113mm (misurata col calibro) Lunghezza inferiore: 206 mm<br \/>\nDiapason: 195 mm<\/p>\n<p>Crediti:<br \/>\nFotografie: Linea-Tre Cremona<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n[\/vc_column_text][mk_gallery images=&#8221;1653,1655,1657,1659,1661,1663,1665&#8243; height=&#8221;250&#8243; hover_scenarios=&#8221;slow_zoom&#8221; margin_bottom=&#8221;50&#8243;][\/vc_column][\/vc_row]\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1678351175060{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;] In posizione appena defilata, all\u2019interno della Sala Paganiniana che conclude il percorso museale di Palazzo Doria Tursi in Genova, di fronte al Guarneri \u201cdel Gesu\u0300\u201d del 1743 il \u201cCannone\u201d di Niccolo\u0300 Paganini, sta la copia eseguita da Jean Baptiste Vuillaume a Pari- gi nel 1834. 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