{"id":1541,"date":"2023-03-09T09:54:59","date_gmt":"2023-03-09T08:54:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/?p=1541"},"modified":"2023-03-09T09:54:59","modified_gmt":"2023-03-09T08:54:59","slug":"bernardo-calcagno-genova-1746","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.giordanoviolins.com\/en\/bernardo-calcagno-genova-1746\/","title":{"rendered":"Bernardo Calcagno, Genova 1746"},"content":{"rendered":"[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1678350353222{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;]\n<div class=\"page\" title=\"Page 1\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>Il sestiere medievale dedicato alla santa Maria Maddalena non fu mai una contrada elegante: stretto tra la Strada Nuova, la via aristocratica dei banchieri e dei magnati (di cui fa parte Palazzo Doria Tursi, dimora del \u201cCannone\u201d di Paganini), e il centro economico e finanziario di via degli Orefici e della piazza dei Banchi, ancora oggi rivela la sua vocazione popolare. Per tutto il Settecento questa fu la contrada dei liutai genovesi, e le botteghe, tra loro vicine, si potevano raggiungere tra la piazzetta dietro il coro della chiesa e i vicoli adiacenti. La situazione politica ed economica della citta\u0300 durante tutto il secolo fu assai difficile a causa di una grave recessione che venne a compiersi per una lunga serie di motivi tra i quali possiamo elencare: la perdita di una flotta militare e commerciale, la stagnazione dei traffici mediterranei, l\u2019assenza di investimenti, la ricchezza privata delle grandi famiglie finanziarie accumulata ai danni della Repubblica, una tradizionale politica di neutralita\u0300 che condusse all\u2019umiliazione dell\u2019invasione austriaca del 1746, risolta questa con un violento moto popolare piuttosto che per il sostegno delle autorita\u0300 cittadine. Se a cio\u0300 si aggiunge la vendita della Corsica alla Francia pattuita nel 1768, si puo\u0300 avere chiara l\u2019idea di un declino che, parallelamente a Venezia, si andra\u0300 a compiere con l\u2019ingresso a fine secolo delle truppe rivoluzionarie francesi.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>Eppure, e forse inaspettatamente, cosi\u0300 come in altre citta\u0300 del nord Italia, il diciottesimo secolo della nostra era fu estremamente dinamico per quanto riguarda la vita artistica e musicale: a Genova si contano tre teatri principali che lavorano a pieno ritmo per mezzo di una virtuosa sinergia tra impresari, musicisti e le famiglie aristocratiche dei Durazzo e dei Pallavicino che investono risorse significative nella gestione artistica ed amministrativa. Musica alla moda, opere buffe e melodrammi ma anche spettacoli popolareschi sboccati e licenziosi al teatro delle Vigne, per tornare al sestiere dei nostri liutai. La Genova settecentesca e\u0300 quindi ricca di musica, fornita di un pubblico che affolla i teatri fino ai pollaij (i loggioni), avido di novita\u0300 e, a quanto riferiscono i cronisti dell\u2019epoca, importante per determinare il successo nazionale di un opera. Di conseguenza la richiesta di strumenti musicale e\u0300 alta e trasversale e proviene non solo da musicisti professionisti, ma anche e forse soprattutto, da amatori e dilettanti che ritengono indispensabile possedere uno strumento per fare musica con gli amici. Tra le varie botteghe di liutai che popolavano i carruggi tra le Vigne e la Maddalena ci vogliamo qui imbattere in quella dell\u2019artefice allora piu\u0300 in vista negli anni Quaranta del secolo, Bernardo Calcagno. Musicista e valletto, giunse egli in eta\u0300 matura alla liuteria: nato a Genova nel 1680, fu sonatore e paggio e a partire dal 1730 lo troviamo dividere un appartamento alla Maddalena con Andreas Statler (1674-1732), figura misteriosa nella liuteria italiana tra Sei e Settecento, che si definiva sulle sue etichette quale allievo di Gerolamo Amati II. Giunto a Genova intorno alla fine del Seicento, lo Statler fu in relazione e in amicizia con un altro liutaio genovese, Jacopo Cordano di cui fu testimone di nozze nel 1707; fu questo un sodalizio di lunga durata, quasi un impresa famigliare se pensiamo che il figlio di Calcagno prese in moglie la figlia di Cordano. Tre liutai quindi, Statler, Cordano e Calcagno che in vario modo collaborano tra loro, lavorando spesso negli stessi locali. Gli strumenti in costruzione sono diversi, non solo violini e archi ma probabilmente anche chitarre, mandolini e altro: in generale la produzione di strumenti gia\u0300 all\u2019inizio del secolo sembra essere significativa in citta\u0300 e il<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 2\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>numero dei liutai consistente. Rispetto al secolo precedente la situazione e\u0300 mutata perche\u0301 ora la maggior parte di questi artefici e\u0300 autoctona, sono tutti nati e cresciuti in citta\u0300 e Statler sembra essere uno degli ultimi liutai tedeschi a giungervi, a conclusione di oltre un secolo di ininterrotte migrazioni. A Genova durante tutto il Seicento, cosi\u0300 come in quasi tutte le principali citta\u0300 italiane, il mercato della costruzione di strumenti (principalmente a pizzico) fu dominato da artefici provenienti dalle Alpi bavaresi (soprattutto dalla zona di Fussen), i quali frequentemente ebbero un\u2019occupazione parallela: furono uomini d\u2019arme, a volte capitani delle guardie dogali o reali, (come a Genova e Napoli) e parallelamente impegnati a costruire tiorbe, liuti e chitarre di raffinata fattura1. A Genova i tedeschi Cristoforo Bittig e Martino Heel producono verso la fine del secolo violini e violoncelli di bella qualita\u0300 e l\u2019arrivo di Statler conclude cosi\u0300 una lunga stagione della quale, purtroppo, abbiamo solo poche evidenze e testimonianze; tuttavia ci appare chiaro che i primi liutai genovesi all\u2019inizio del Settecento furono, se non direttamente allievi, quantomeno collaboratori e soci dei piu\u0300 esperti liutai tedeschi. Calcagno si inseri\u0300 bene nel mercato cittadino e dato il suo ruolo di musicista, potrebbe aver agito in prima istanza come procacciatore d\u2019affari; morti Statler e Cordano nel 1732, si trovo\u0300 quindi ad operare in una posizione dominante. Del suo lavoro di paggio abbiamo appreso dai registri parrocchiali, e lo possiamo facilmente immaginare impegnato anche a dare lezioni di musica, di ballo presso famiglie, se non aristocratiche, almeno della buona borghesia cittadina. Il segno del suo successo si puo\u0300 cosi\u0300 rintracciare nella fornitura di legno di alcuni suoi strumenti costruiti negli anni quaranta, che mostrano un acero d\u2019importazione balcanica di bellissima qualita\u0300, dalle ampie marezzature, certamente piuttosto costoso; eppure, non volendo perdere vendite di strumenti a prezzo contenuto, fu sempre disposto ad usare anche legno locale di poco pregio, dall\u2019acero reperibile sulle colline dell\u2019Appennino al pioppo padano, che usava in pezzi unici per i fondi dei violini. La sua produzione fu piuttosto consistente e incluse, oltre a violini, viole e violoncelli, anche viole d\u2019amore e mandolini a sei cori alla genovese (chitarrin in dialetto a causa dell\u2019accordatura identica alla chitarra, trasportata di un\u2019ottava). Non abbiamo certezze riguardo eventuali allievi o apprendisti, sebbene le similitudini tecnico-stilistiche ci consentano di credere che Angelo Molia sia stato un suo aiuto soprattutto negli ultimi anni della sua attivita\u0300; si e\u0300 trovata tuttavia traccia di una sua collaborazione in forma societaria con Antonio Pazarini, liutaio ad oggi sfuggito alle nostre ricerche, di cui si conosce un violino, in uso dalla solista britannica Rachel Podger.<\/p>\n<p>Lo stile di Bernardo Calcagno si inserisce perfettamente nel contesto liutario italiano della meta\u0300 del secolo, caratterizzato in generale da un notevole pragmatismo: abbandonate le bizzarrie decorative barocche, la produzione italiana sembra evolversi in generale verso una direzione piu\u0300 funzionale: e\u0300 la sonorita\u0300 che conta poiche\u0301 molti degli acquirenti sono professionisti inseriti in un mercato del lavoro attivo e competitivo. Calcagno sperimenta modelli ispirati a Jacob Stainer, allora di gran moda, e altri piu\u0300 personali: il senso generale che suggerisce il suo lavoro e\u0300 di grande liberta\u0300 e immediatezza, sempre risolto con taglio netto e tecnica sicura. Il violino qui presentato fu costruito nel periodo della piena maturita\u0300: l\u2019etichetta all\u2019interno e\u0300 fortunatamente autentica, cosa non frequente in questi<\/p>\n<p>1 A tale proposito si rimanda alla lettura di vari contributi di Luigi Sisto tra i quali si raccomanda \u201cI liutai tedeschi a Napoli tra Cinque e Seicento\u201d , Istituto italiano per la musica, Roma, 2010<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<div class=\"page\" title=\"Page 3\">\n<div class=\"section\">\n<div class=\"layoutArea\">\n<div class=\"column\">\n<p>strumenti genovesi, poiche\u0301 una buona parte di essi usci\u0300 dalle botteghe priva di cartiglio. Il motivo non sembra difficile da intuire: cosi\u0300 come molti suoi colleghi Calcagno si voleva tenere prudentemente al riparo da gabelle e balzelli, vendendo al prezzo netto il proprio strumento; non diversamente cio\u0300 accadde anche in altre citta\u0300 italiane a dimostrazione di una certa insofferenza degli artigiani rispetto alle imposte locali2. Il modello del violino colpisce per una certa grazia nella forma e nelle proporzioni, contenute nella dimensione della cassa e nella lunghezza della corda vibrante: le bombature scendono ripidamente verso i bordi connettendosi garbatamente alla sguscia che viene lasciata piana, poco scavata. Inconfondibile il filetto del Calcagno, luminoso nel bianco in legno di faggio, delicatamente bruno nelle strisce esterne, forse ricavate da legno di noce, leggermente impallidito dall\u2019ossidazione prodotta dal tempo; le tre strisce che compongono il filetto risultano sempre quasi equivalenti nel loro spessore e scorrono ininterrotte nei corpi superiore ed inferiore del fondo. Normalmente le effe del Calcagno sembrano quasi tracciate senza l\u2019uso di un modello, e ogni singolo strumento si differisce per il disegno, mai uguale a se\u0301 stesso: un\u2019attitudine questa quasi guarneresca, che vuole risolvere le effe praticamente a mano libera, forse con l\u2019aiuto di un semplice semi-modello, con il coltello che si porta a raccordare le linee a partire dai fori superiori ed inferiori. Identica liberta\u0300 si nota nella scultura della testa, cosi\u0300 aggettante, sinuosa e compiuta nel profilo: la generosa ganascia parte alla base con un disegno potente, quindi sale verso il ricciolo stringendosi fino a delineare una chiocciola di gusto classico, scolpita con grande perizia. La testa venne finita con inchiostro nero, a dimostrazione di come il nostro Bernardo fosse ben aggiornato su questa moda che dagli anni novanta del Seicento si era imposta a Cremona. Nonostante le fatiche di una vita lavorativa intensa, la vernice che veste lo strumento ancora risplende per grazia di un pigmento arancione ancora ben vivo, che ne rivela il fascino d\u2019origine: spessa, oleosa, di generosa formulazione, essa rappresenta uno degli esiti migliori nella produzione del Calcagno.<\/p>\n<p>Misure:<\/p>\n<p>Lunghezza del fondo: 354 Larghezza superiore: 166 Larghezza centrale: 105 Larghezza inferiore: 204 Diapason: 191<\/p>\n<p>Foto: Benjamin Schroeder, Frankfurt<\/p>\n<p>2 va anche ricordato che le corporazioni, che tanta parte ebbero nell\u2019organizzazione del lavoro in passato, non erano oramai piu\u0300 operative<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n<\/div>\n[\/vc_column_text][mk_gallery images=&#8221;1609,1611,1613,1615,1617,1619&#8243; height=&#8221;250&#8243; hover_scenarios=&#8221;slow_zoom&#8221; margin_bottom=&#8221;50&#8243;][\/vc_column][\/vc_row]\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[vc_row css=&#8221;.vc_custom_1574031663906{margin-bottom: 50px !important;}&#8221;][vc_column][vc_column_text css=&#8221;.vc_custom_1678350353222{margin-bottom: 0px !important;}&#8221;] Il sestiere medievale dedicato alla santa Maria Maddalena non fu mai una contrada elegante: stretto tra la Strada Nuova, la via aristocratica dei banchieri e dei magnati (di cui fa parte Palazzo Doria Tursi, dimora del \u201cCannone\u201d di Paganini), e il centro economico e finanziario di via degli [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":1611,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[6],"tags":[],"class_list":["post-1541","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-archi-magazine"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v26.9 - 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